Ves
di Helenia "SallyBrown" Biondani
1.
Il topo stava facendo un lavoro accurato e rapido, prima che altri suoi
simili, o altri carnivori più grossi, sentissero l'odore del
sangue e accorressero a banchettare.
Era audace: l'età e l'esperienza gli avevano insegnato ad
arrivare per primo, arraffare in fretta tutto quello che poteva e
fuggire al primo segnale di pericolo. I suoi sensi erano parzialmente
rivolti al vicolo, pronti a percepire qualsiasi cambiamento, qualsiasi
intrusione. Ma prestava anche un’attenzione speciale alla sua
vittima: capiva che era ormai in fin di vita, incapace di reagire o
difendersi, quel tanto che bastava per renderla una preda appetibile e
indifesa. Ma era ancora viva, quindi non del tutto inerme.
Aveva vinto la resistenza offerta dal guanto e ora stava spolpando
l'anulare roseo e curato, sicuramente la mano di una donna. Avvertito
un segnale d'allarme, si rizzò sulle zampe posteriori, gli
occhietti neri fissi sulla preda davanti a lui, naso e baffi in
frenetico movimento, il sangue che gli colava dalla bocca e dai denti
aguzzi.
Un fremito nella mano che stava mutilando fu inequivocabile: il
banchetto era finito quando si era appena che agli antipasti. Altri
topi, che già stavano accorrendo verso il corpo, squittirono
nervosi e si dileguarono nel vicolo umido e buio, tornando da dove
erano venuti.
La mano fu sul topo, spietata come una mannaia; il roditore, voltatosi
per darsi alla fuga, fu raggiunto di taglio sulla spina dorsale, che si
spezzò in uno schianto raccapricciante. Rimase
lì, gli occhi fissi sull'ammasso di vestiti e sporcizia
arrotolato tra i rifiuti, aspettando che il suo aggressore si
avventasse su di lui. Morì in un paio di spasmi, forse
inutili tentativi di rialzare il corpicino spezzato, squittendo di
terrore e dignità ferita. Il vicolo fece echeggiare i suoi
lamenti strozzati, un monito per gli altri topi a non avvicinarsi.
Da sotto un groviglio scuro si manifestò una lama di denti
bianchi, un sorriso traverso, gelido e tutt’altro che allegro.
2.
Di sbandati e disperati il dottor Lindbergh ne aveva visti tanti: la
guerra appena finita e la crisi politica ancora in corso lasciavano
dietro di loro solo gli avanzi della civiltà che avevano
tentato di preservare e servire e in molti, troppi angoli della
Galassia ormai scene come quella erano all’ordine del giorno.
Quindi all’inizio non aveva prestato grande attenzione alla
nuova paziente che le squadre di recupero avevano trovato
nell’area industriale del pianeta, né aveva avuto
il tempo di visitarla e accertare la sua identità. Se mai ne
avesse avuta ancora una.
Quando arrivò il suo turno, la ragazza era ancora svenuta.
Sospettava fosse ubriaca, ne aveva tutta l’aria.
- Tossicologico? -, chiese mentre scrutava il monitor.
- Negativo, dottore -, rispose il droide medico dietro di lui.
- I parametri sono nella norma, sebbene molto bassi: niente alcool,
niente droghe, niente sostanze illecite. Sembra che l’abbiano
semplicemente picchiata fino a farla svenire -. Una pausa.
- Segni di violenza? -
- Nessuno. La donna è integra. Non ci sono gravidanze in
corso -.
Le scostò i corti capelli neri dal viso, rivelando un viso
bello e regolare, ma deturpato da numerose tumefazioni e abrasioni.
Fissò le palpebre chiuse: “ha sicuramente dei
bellissimi occhi verdi”, pensò.
- Contusioni sul volto, fatte a mano nuda, sembrerebbe -, Lindbergh
girò intorno al letto per osservare la mano ferita. La prese
nelle sue, delicatamente. Il dito mutilato era stato fasciato con cura.
Tornò ad osservare il monitor.
- Il dito anulare della mano destra è stato mutilato,
sembrerebbe da denti di piccolo roditore -.
- Accanto alla donna è stato trovato il cadavere di un
ratto, dottore -.
Ripose il braccio, quindi tornò ai piedi del letto,
pensieroso.
- Direi che questa ferita le è stata fatta dopo
l’aggressione, quando era svenuta nel vicolo -.
Il droide seguiva e registrava ogni parola.
- Due costole fratturate, contusioni su braccia e gambe. Una profonda
ferita nella coscia sinistra, causata da laser -, finì di
leggere quanto riportato sul monitor.
Si fermò e la osservò a lungo. Gli era difficile
darle un’età, così indifesa e inerme
tra lenzuola bianche sembrava una bambina, ma lo scanner digitale
diceva che aveva ventinove anni. L’identità era
però illeggibile, cosa che era possibile solo per
diplomatici o militari. Rimase pensieroso per qualche secondo, indeciso
se annotare un ultimo particolare nella memoria del droide. Alla fine
non disse nulla, ma ordinò che le venissero eseguiti altri
esami.
Passando al letto successivo, però, non riusciva a togliersi
dalla testa quel particolare che era sfuggito alla visita preliminare,
probabilmente perché ritenuto insignificante. Ma per lui che
era nativo di Naboo non era così: c’erano tracce
di bianco sulle unghie dei pollici.
3.
Coruscant al tramonto: velivoli che disegnano traiettorie a trama fitta
muovendosi in ogni direzione, un’immensa e multiforme foresta
di palazzi che riverberano i colori dell’imbrunire,
l’atmosfera infiammata dai raggi del sole morente, un
orizzonte reso irregolare e indistinguibile dal profilo di edifici e
dai fumi multicolori dell’industria. Di fronte alla bellezza
e al fascino di questa vista riesce difficile rimanere indifferenti.
Inevitabilmente i pensieri viaggiano, seguendo le traiettorie degli
speeder o le eleganti e svettanti linee degli edifici che si allungano
verso il cielo, come in uno spasmodico, estremo, desiderio di infinito.
Regina Graiff pensava che quell’infinito fosse ora
più che mai lontano. Passeggiava nervosamente nel suo
salotto, sfiorando distrattamente lo schienale del divano, nel gioco di
luce e ombra delle vetrate e delle colonne. Lo sguardo inquieto
scivolava dalla città, alle mani, al pavimento.
Solo un’ora prima il Cancelliere Supremo si era
autoproclamato Imperatore Galattico, tra l’esultanza di un
Senato ormai anestetizzato. Lo aveva appoggiato, aveva accolto con
sollievo la sua candidatura e successiva elezione. Aveva persino visto
di buon occhio la decisione di entrare in guerra, convinta forse
più dall’impiego dei Cloni che dalla reale
necessità di un conflitto armato. Ma ora doveva ammettere
che la giovane Mon Mothma aveva ragione, nonostante la sua irruenza e
arroganza, aveva visto nel cuore nero di quell’uomo senza
scrupoli, sempre che di cuore si trattasse. Aveva in realtà
iniziato a dubitare di lui alle prime voci di un suo presunto
disaccordo con il Consiglio Jedi, da sempre l’ago della
bilancia di ogni questione importante nella Galassia.
Chissà chi lo aveva ridotto in quelle condizioni? Sotto quei
lineamenti sfigurati non si poteva non riconoscere lo statista, ma la
senatrice leggeva in quelle cicatrici preoccupanti presagi: solchi
profondi e oscuri, come se la corruzione del fisico nascondesse ben
più profonde e indicibili corruzioni dello spirito. Non
poteva fare a meno di pensarci, soprattutto dopo aver guardato dentro a
quei famelici occhi gialli, febbricitanti di potere. Un corpo corroso e
deformato dall’avidità.
Un fischio metallico segnalò la presenza di qualcuno alla
porta.
Riemerse dai suoi pensieri, sottraendosi con violenza dal ricordo di
quello sguardo inquietante. C-3D1, il droide protocollare al suo
servizio, andò ad accogliere gli ospiti.
Bail Organa, Mon Mothma e Gal Abner entrarono furtivamente, guardinghi.
Con la porta chiusa alle loro spalle, rimasero in piedi per qualche
secondo, silenziosi. Organa guardava Regina con uno sguardo che era un
misto di apprensione e consapevolezza: da tempo sospettava che
Palpatine stesse tramando il colpo di stato. Mothma e Abner tenevano
gli occhi fermi sul senatore, aspettandosi che fosse lui il primo a
parlare.
Regina Graiff si abbandonò sul divano in un sospiro, il
gomito sul bracciolo, la mano alla fronte.
Fu il droide, immobile davanti alla porta, a rompere il silenzio.
- Madame, desiderate qualcosa?-, disse, rivolto alla propria padrona.
- No, grazie 3D1. Non credo che potremmo mandare giù nulla,
nemmeno se volessimo -, rispose dopo aver posato lo sguardo sui
colleghi.
Il droide si scrollò e in un rumoreggiare di ingranaggi
uscì dalla stanza.
I tre senatori si allontanarono dall’ingresso, avvicinandosi
alla donna che aveva di nuovo il viso tra le mani. Finalmente rivolse
loro lo sguardo.
- Ebbene … -, cominciò, esitante.
- Imperatore! -, fu l’unica parola che uscì dalla
bocca di Mon, un’esclamazione di trionfo e beffa insieme,
come trattenuta a lungo e in attesa solo di scoppiare.
- Mi chiedo cos’altro abbia in mente, ora -,
commentò Abner, il più anziano dei quattro.
- Come, Bail? Come puoi aver previsto questo? -, chiese Regina.
- I Jedi, i loro sospetti su di lui. E quando ho visto cosa i Cloni
hanno fatto al tempio, ho capito -, disse, in un sospiro. Sembrava
spiaciuto della sua lungimiranza.
- Dobbiamo capire se il Senato può ancora avere potere e
voce in capitolo in questo Impero -, si affrettò ad
aggiungere Abner.
Una parola faceva più paura di tante altre, una parola che
nessuno aveva il coraggio di pronunciare. O quasi nessuno.
- Tirannia, vorrai dire -, lo corresse Mon. – E’
evidente che a Palpatine poco importa del destino della Galassia e dei
suoi cittadini. Dobbiamo tenere insieme il Senato, impedirgli di
scioglierlo -.
- Non lo farà -, proruppe Abner – sarebbe pazzia!
-.
- Non sono sicura che Palpatine la pensi nello stesso modo, anzi,
probabilmente è convinto di riuscire a tenere insieme la
Galassia comunque, magari con la forza dell’esercito. Abbiamo
sentito tutti il racconto di Bail e di cosa è successo al
Tempio Jedi -.
- Regime militare -, sospirò Bail, sempre più
incline ad ascoltare che a parlare.
- Cloni ad ogni angolo di strada, Squadroni armati di guardia ai
palazzi governativi, … -, iniziò Mon.
- … e chissà cos’altro -, concluse
Regina.
- Non posso pensare di invecchiare in un tale … abominio
dopo aver governato questa Galassia nella pace e nella concordia.
Questa non è democrazia -.
- Mio caro Gal, credo che siamo ormai lontani da quella democrazia che
abbiamo studiato a scuola -, terminò Regina.
- Ho sempre ritenuto Palpatine un senatore accorto, giusto, assennato.
Ma ora non so … -
- Ha ingannato tutti -, concluse Bail.
Ci fu un attimo di pausa, durante il quale i quattro si guardarono
l’un l’altra. Da quanto andavano avanti le
macchinazioni di Palpatine? Poteva essere possibile che queste fossero
le sue intenzioni fin dall’inizio? Stentavano a crederlo, o
forse non volevano. L’assedio di Naboo da parte della
Federazione del Commercio, la crisi diplomatica con i Separatisti, ,
gli anni di conflitto che hanno squassato la Galassia da ogni parte
… No, nessuna mente poteva essere tanto malata e avida da
provocare una tale crisi.
- Non posso e non voglio sapere quanti fili abbia tirato e quante trame
abbia tessuto Palpatine in questi anni. Non credo serva più,
ormai. Quello che dobbiamo fare e capire chi è rimasto a
contrastarlo, apertamente o nell’ombra. Dobbiamo capire chi
è nostro alleato -.
- Stai proponendo un’alleanza segreta, Bail? -,
domandò Regina, cauta.
- Questo governo non rispecchia più il popolo, ma il volere
di una singola persona. Prima ho parlato di tirannia e non a caso.
Palpatine va destituito! -, concluse Mon.
- Credo che il popolo ne abbia avuto abbastanza di battaglie e morte,
la via diplomatica è l’unica strada! La maniere
forti non hanno portato a nulla, lo abbiamo visto in questi anni -.
Abner si guardava intorno, implorando appoggio dagli altri colleghi.
- La gente è stanca di combattere. E poi
c’è troppa confusione: Separatisti, Impero,
Esercito, Senato … a chi si rivolgerà il popolo?
-, lo soccorse Regina.
- Dov’è la senatrice Amidala? -, chiese infine,
quando nessuno sembrava volerle rispondere.
- Ho cercato di informarla della riunione, ma stranamente non sono
riuscito a mettermi in contatto con lei. Non l’ho
più vista da dopo l’udienza in Senato -, rispose
Bail, soprappensiero.
- Dobbiamo credere che non sia più dalla nostra parte? -,
chiese Abner, sempre più preoccupato.
- Non Amidala, sicuramente -, sentenziò Organa, chiudendo il
discorso.
- Comunque non è qui -, concluse Mon Mothma, - dovremo
proseguire senza di lei -.
- Allora è deciso. E’ questo che stiamo facendo -,
Regina lasciò la frase in sospeso senza avere la
possibilità di concluderla. Di nuovo ospiti alla porta.
Il quartetto di senatori si irrigidì all’unisono.
3D1 andò alla porta, un breve scambio di battute, quindi si
precipitò verso il soggiorno, trafelato, per quanto un
droide possa esserlo.
- Madame, sua figlia … -, poteva un droide rimanere senza
fiato? Regina lo dubitava. Ciononostante il droide non finì
la frase. Dietro di lui venivano alcuni agenti di sicurezza.
Regina si sentì mancare, malgrado fosse schizzata in piedi
al vederli. – Cos’è successo a mia
figlia?-.
4.
Quando aprì gli occhi stentò a riconoscere quel
luogo: l’ora era insolita, la visuale pure. Ma conosceva quel
profumo.
- Mamma …-
- Solaves, sei sveglia? -, era lì accanto, nella penombra.
Si girò verso la voce.
- Dove sono? -
- Nel mio appartamento, a Coruscant. Ti hanno trovato in un ospedale
periferico della città -, lasciò la frase in
sospeso, non sapendo come proseguire. Era combattuta tra il chiederle
cosa fosse successo o semplicemente come stava, ma alla fine
rinunciò ad entrambe le richieste: la prima non avrebbe
ricevuto risposta, la seconda aveva una risposta scontata.
Ves tentò di alzarsi a sedere, ma appena provò a
sorreggersi sulle mani, la destra mutilata lanciò fendenti
di dolore su per il braccio, la spalla, fino al cervello.
- Lascia, ti aiuto io -, disse Regina, affrettandosi a sorreggere la
figlia.
Ves avvertì della concitazione in corridoio e si
irrigidì all’istante.
- Cosa succede? -, chiese, visibilmente spaventata.
Regina cercò di non dare troppo peso alla sua reazione, ma
non potè fare a meno di chiedersi ancora una volta chi aveva
ridotto la figlia in quel modo e perché era finita svenuta
in un vicolo. Si morse la lingua, sforzandosi, cercando di darle un
po’ di respiro.
- Palpatine si è proclamato Imperatore Galattico e come
potrai immaginare c’è un po’ di
confusione al momento … -, rispose vagamente.
- Tutti a decidere da che parte stare, eh? -, commentò Ves,
cinica.
Si assicurò che la figlia potesse reggersi da sola, si
alzò e andò a disattivare gli oscuranti della
vetrata lasciando entrare il sole. Quindi si girò verso la
figlia, un’espressione grave sul volto.
- Il momento è delicato. Bisogna prendere delle decisioni
importanti dalle quali dipenderà il nostro futuro e quello
della Galassia intera. In effetti si, dobbiamo decidere da che parte
stare. Molti lo hanno fatto da tempo. -. Se stava parlando di se
stessa, non lo diede ad intendere.
Ves rimase in silenzio: non per riguardo o rispetto, semplicemente
sapeva che era sconsigliato sfidare la madre su terreni minati come
quello politico. Ora più che mai, la situazione era
delicata. Come sempre, le sorti della Galassia erano la
priorità della senatrice Graiff..
Regina si avvicinò al letto, le mani giunte in grembo.
- Cosa ci facevi in quel vicolo? Chi ti ha ridotto così? -.
- Non ricordo nulla -, mentì Ves.
- Mi scuserai se non ti credo -.
- Ti prego, lasciami in pace -, disse Ves distogliendo lo sguardo.
Regina sospirò, si sedette sul letto accanto alla figlia,
cercando di riguadagnare la sua attenzione.
- Non lasciare che lo scopra da sola. Perché lo
scoprirò, e tu lo sai. Se sei tu a dirmelo sarebbe meno
penoso per entrambe -.
Ves non si girò e non rispose.
Di nuovo Regina si alzò, tornò alla vetrata e
iniziò a parlare guardando fuori, senza rivolgersi alla
figlia. Il tono dimesso, come se le parole potessero ferire meno se
dette a bassa voce. A Ves sembrò strano, in genere era lei
quella che distoglieva lo sguardo.
- C’è una cosa che devi sapere. sono stata
dubbiosa fino all’ultimo se dirtelo o meno, ma è
giusto che tu sappia -.
Un campanello d’allarme suonò nella mente e nel
cuore di Ves.
- I Jedi sono stati accusati di altro tradimento nei confronti
dell’Imperatore. Subito dopo la proclamazione
dell’Impero ogni cavaliere, maestro o padawan rintracciati e
intercettati vengono condannati all’immediata eliminazione -.
- Goran … -, iniziò Ves, ma la voce le
morì in gola.
- I Cloni hanno attaccato il Tempio e sterminato chiunque fosse al suo
interno -.
Ves iniziò a guardarsi intorno, smarrita, quasi cercando una
via d’uscita. L’istinto era quello di correre
fuori, andare al Tempio, vedere, sapere.
Gli occhi dilatati, il viso pallido, le cicatrici profonde e scure.
Sembrava invecchiata di 50 anni.
Scostò il copriletto, farfugliando che doveva andare, doveva
salvarlo. Regina si avvicinò a lei, la prese per le spalle,
cercando di quietarla. Ves la fissò implorante negli occhi,
lacrime già le solcavano il viso.
- Quando? -, chiese in un sussurro.
- Due giorni fa -, rispose Regina con voce rotta. Non sapeva
cos’altro dire, le sembrava che ogni parola detta aprisse
nuove ferite su cicatrici non ancora del tutto rimarginate.
- Dov’è? -, domandò infine con un
soffio.
- In ospedale. Oggi lo porteranno nella cappella funeraria dove
celebreremo un rito privato -.
Ves a quel punto finalmente chiuse gli occhi e si abbandonò
ad un pianto dirotto, il viso nascosto nel seno della madre. Regina le
accarezzava la nuca scossa dai singhiozzi, posandole delicati baci sui
capelli ora puliti.
- Il mio bambino! Il mio piccolo Goran! -, gemeva Ves, aggrappandosi
disperatamente alla madre.
L’ingresso di 3D1 le sorprese a piangere una tra le braccia
dell’altra.
- Madame, inizia la riunione -.
5.
- Mi duole annunciarvi che la senatrice Amidala è morta -.
Bail Organa era visibilmente turbato: più di ogni altro
senatore aveva lavorato spalla a spalla con Padmè fin da
prima della Guerra, insieme avevano caldeggiato la soluzione
diplomatica, avevano lottato per un dialogo con i Separatisti. La sua
voce si era levata più volte all’interno del
Senato Galattico, forte e coraggiosa, continuamente perseguendo quegli
ideali di democrazia e giustizia che l’avevano resa famosa in
tutta la Galassia.
La sua gravidanza aveva avuto del misterioso, nessuno sapeva chi era il
padre e come mai, nonostante il suo palese stato, non si fosse ritirata
dalla vita pubblica fino all’ultimo. Non aveva mai lasciato
trapelare nulla sulla sua vita privata, di questo Bail si rammaricava.
Pensava che avrebbe potuto darle una mano, come collega e come amico.
Ma Amidala pensava a tutti tranne che a se stessa, e più di
ogni altra cosa cercava la pace.
Più volte era stato tentato di chiederle notizie sul padre,
sul perché non fosse accanto a lei. Non voleva credere alle
chiacchiere secondo cui un misterioso Cavaliere Jedi frequentasse i
suoi alloggi, voleva solo sapere se stava bene e se era felice.
Più di ogni altra cosa si rammaricava di non aver chiesto
maggiori spiegazioni a Obi-Wan. Sapeva che il Maestro Jedi era amico
intimo di Amidala, avendola appoggiata e affiancata più
volte in passato. Avevano combattuto fianco a fianco su Naboo e
Geonosis e chissà in quante altre battaglie.
Ma né Obi-Wan né Yoda avevano fatto commenti o
lasciato trapelare una anche minima informazione su chi fosse il padre
della sua bambina e cosa era successo.
Crescere la figlia di Amidala era forse l’ultimo gesto da
amico che poteva permettersi, non potendo più fare altro per
lei. Si augurava solo di riuscire a crescerla come lei avrebbe fatto,
appassionata e coraggiosa.
- Chi può aver … -, iniziò un senatore.
- Le cause della morte sembrerebbero naturali, probabilmente
complicazioni dovute … al suo stato -, concluse Bail.
Ci fu silenzio per secondi infiniti. Il cordoglio era grande, trovare
qualcosa di adatto da dire risultava difficile.
Abner si alzò, girandosi per poter vedere tutti in faccia.
- Amidala portava avanti le sue idee senza curarsi del giudizio altrui,
senza paura delle conseguenze: era votata alla giustizia, alla
democrazia più di qualunque altro senatore. La sua
integrità morale era un esempio e un monito per tutti noi -.
Tutti i presenti annuirono, unanimemente concordi.
Abner continuò: - Aveva un sogno, una visione di questa
Repubblica come avrebbe dovuto essere. Quella visione è
anche la nostra, sicuramente lontana dall’Impero Galattico
che Palpatine ci ha costretti ad accettare -.
Un brusio nervoso iniziò a serpeggiare fra i presenti. Forse
molti non si aspettavano una tale presa di posizione. Iniziò
ad essere chiaro che bisognava palesare le proprie intenzioni e forse
c’era chi non ne era entusiasta.
In mezzo alla concitazione della sala, Regina non fece caso alla figlia
che scendeva le scale e si dirigeva verso l’ingresso, uscendo
senza aver lasciato detto dove andava.
6.
Il professor Equus era nel suo studio. Ves passeggiava nervosamente nel
corridoio ovest, la luce rossastra del sole le infiammava il viso teso,
lo sguardo pensieroso perso tra i rami delle piante nel chiostro,
mentre altri studenti ritardatari, si affrettavano a raggiungere le
aulee di lezione, evitandola a comando.
Non sapeva proprio come il docente avrebbe potuto reagire alla notizia.
Lei stessa non ne aveva ancora parlato con nessuno, men che meno con
sua madre. Non le era facile rivolgersi a lui per aiuto, sconvolgergli
la vita in quel modo, ma ancora più difficile sarebbe stato
cercare aiuto e comprensione nella senatrice. Sicuramente avrebbe
gridato “Allo scandalo!” per poi mandarla in esilio
in qualche monastero sperduto su un pianeta dell’orlo
esterno, dove non avrebbe potuto recar danno all’immagine
della retta senatrice e dove nessuno l’avrebbe riconosciuta.
Il fatto che fosse uguale a sua madre come una goccia d’acqua
era sempre fonte di imbarazzo per entrambe.
Tornò verso la porta mentre l’interfono fischiava
di nuovo.
- Ves, entra pure -.
Entrò, nonostante avesse i piedi incollati al pavimento.
Noora era seduto alla sua scrivania, il volto illuminato dal monitor,
mentre la vetrata dietro di lui disegnava il contorno del capo e delle
spalle, facendolo sembrare più piccolo di quello che era.
Ancora Ves ebbe un tuffo al cuore: solo quella mattina lo stesso sole
li aveva svegliati, insieme nell’appartamento di lui, dove
lei non avrebbe dovuto essere. Forse nessuno sapeva. Ma ora …
Si maledì per quello che stava per fare: scioccamente si
riteneva totalmente responsabile, e solo lei, per quello che era
successo. Non era nei suoi piani, e sicuramente nemmeno in quelli
dell’uomo.
Rimase lì, davanti alla soglia, lontano dai raggi del sole,
i contorni del viso appena percettibili nella penombra della stanza,
fuori dall’arco di luce disegnato dalla alta vetrata.
Il loro primo incontro non era stato tanto diverso: si era presentata
in quello stesso ufficio, un anno prima, fresca matricola alla ricerca
di un relatore per la sua tesi di fine semestre.
Aveva seguito le lezioni del prof. Equus fin dall’inizio ed
era rimasta folgorata dal suo carisma e dalla sua intelligenza. Credeva
che non avrebbe potuto scegliere un docente migliore per la propria
tesi d’esordio, e dopotutto “Psicologia dei
Contrasti” era una materia appassionante. La lista,
d’altro canto, era lunga: molti erano gli studenti che
avevano fatto richiesta di avere il professor Equus come relatore e
sapeva che avrebbe dovuto fare qualcosa di straordinario per
distinguersi nella folla. Beh, in quanto a questo, lo scopo era stato
largamente centrato.
Equus alzò lo sguardo, incuriosito dall’esitazione
della sua studentessa. – Ves, cosa volevi dirmi? -.
All’interno delle mura accademiche tornavano ad essere
professore e studentessa e le dolci parole sussurrate nella penombra di
fugaci incontri clandestini erano solo un ricordo da conservare come
pietre preziose e rare.
Ora doveva dirglielo, ma quali parole erano le più adatte
per iniziare il discorso? Iniziare era sempre così difficile!
Si accarezzò il ventre ancora piatto con la mano, tentando
di assorbire forza e calore da quello che stava crescendo dentro di
lei, quella piccola creatura che ancora non aveva iniziato a prendere
forma umana.
Noora notò il movimento, quasi trascurabile. Si
alzò in piedi, le mani appoggiate alla scrivania, dimentico
di qualsiasi cosa aveva assorbito la sua attenzione fino a poco prima.
La sua espressione era grave e seria. Ves trattenne il respiro mentre
l’uomo camminava verso di lei a passo deciso, la prendeva per
le spalle, chinando il volto sul suo, solenne.
- Non avrei voluto che accadesse così … -,
iniziò a balbettare, sentendosi improvvisamente piccola e
indifesa.
L’uomo la guardò con un misto di affetto, sorpresa
e confusione, una serie di emozioni che le era difficile decifrare, non
avendole mai lette sul suo viso contemporaneamente. E ancora si
chiedeva se poteva ritenersi al sicuro.
Lui le accarezzava i capelli e la fronte, le guance, il collo. Non
diceva una parola, sembrava non averne più.
- Sei arrabbiato? -, chiese Ves in un soffio di voce.
- No. E tu? Sei spaventata? -.
- Un po’ -, ammise la ragazza.
Lui l’abbracciò, stringendosela forte al petto.
Ves si abbandonò totalmente a quell’abbraccio, per
nulla preoccupata che qualcuno potesse entrare e sorprenderli in
quell’atteggiamento.
7.
Di nuovo in quel corridoio, Ves si sentiva ancora più
nervosa e indifesa di quanto lo era stata 6 anni prima. Questa volta
non c’era il sole a scaldare mura e vetrate, ancora fermo
nell’altra parte del cielo. Le piante nel chiostro erano
cresciute, alcune erano stato potate, altre erano state aggiunte. Il
neonato Impero Galattico non aveva ancora iniziato ad estendere i suoi
luridi tentacoli su quella parte della città, da sempre
dominio degli studenti. Lì si erano formate le principali
menti politiche e militari della Repubblica, ciononostante Palpatine
non aveva ancora dato il via alla riforma dell’istruzione che
avrebbe sfornato menti ciclostile, proprio quel genere di soldati e
senatori che servivano all suo Impero per prosperare in eterno. Si
chiese se Noora era destinato a soccombere a questo nuovo schema delle
cose.
Non aveva ancora annunciato la sua presenza, si avvicinava nervosa alla
porta dello studio, per ritrarsi tra le colonne del chiostro appena
avvertiva l’arrivo di qualcuno.
La porta si aprì in un sibilo che la sorprese di spalle,
mentre si allontanava per l’ennesima volta indecisa. Il
professor Equus ne uscì, impercettibilmente invecchiato,
qualche capello bianco in più sulle tempie, una ruga
più profonda sulla fronte e sul mento. La pelle scura, come
era sempre stata, occhio neri e profondi, affondati in un animo limpido
e trasparente, dove avrebbe voluto abitare per sempre.
Vide ancora sorpresa e confusione nel suo sguardo, l’affetto
di anni prima era stemperato e scolorito, come uno splendido affresco
sbiadito dal sole e dalle intemperie. Così tanto e
così a lungo erano rimasti esposti i loro cuori feriti, si
erano inariditi come palme nel deserto, affondando le radici sempre
più in profondità, dove fuggire il calore per
ripararsi dalla morte voleva dire sopravvivere nel gelo di una terra
fredda e nera.
E ora doveva lei scavare per far riemergere quelle radici profonde,
ricordi dolorosi da riportare a galla, per ucciderli di nuovo
impietosamente.
- Ves? Tu qui? -, chiese, addolcendo lo sguardo.
- Noora, ti devo dire una cosa importante -, nonostante gli anni
passati, parlare era ancora difficile.
- Entra nel mio studio, ho un po’ di tempo -.
L’etichetta imponeva che si scambiassero due battute
informali, magari sulla salute o sui parenti. Ma i tempi erano infausti
e l’occasione della sua visita lo era ancora di
più.
- Lavori anche oggi? – chiese Ves, mentre Equus chiudeva la
porta.
L’uomo sorrise, capiva l’allusione, e
annuì.
- Si, nonostante tutto. Almeno finché questa parte
dell’Universo non cadrà sotto lo sguardo di
Palpatine -, una risatina sommessa. Ves rimase grave.
Noora turbato sembrava accorgersi di lei in quel momento. Lei, dal
canto suo, si rese conto in quel momento, dolorosamente, che non lo
aveva più visto sorridere da tanto tempo.
- Scusami, non volevo … -.
- No, Noora, scusami tu. Purtroppo non sono venuta qui per fare due
chiacchiere … -. Gli occhi le si riempirono di lacrime, ma
ancora resisteva, impassibile.
- E’ successo qualcosa a Goran? -.
Avrebbe voluto essere capace di mantenere il sangue freddo,
all’accademia militare le era stato insegnato a dominare le
emozioni. E poi aveva già pianto tanto. Ma in quel momento,
mentre lo diceva al padre di suo figlio, capì che non
avrebbe più rivisto il volto del suo bambino. E pianse.
Potevano due persone separate dal dolore per la perdita di un figlio,
riunirsi nel medesimo dolore anni dopo? Forse.
Ma non era per essere consolata che era venuta lì e
l’ultima cosa che voleva era essere amata. Perché
avrebbe dovuto proteggerlo, salvarlo, sottrarlo dalle mani dei Jedi che
lo reclamavano come uno di loro. Portarlo lontano, dove la Forza non lo
avrebbe trovato. Dove avrebbe potuto essere un figlio. E dove lei
avrebbe potuto essere una madre. E forse parte di questi orrori
sarebbero stati risparmiati. In realtà voleva solo essere
punita.
8.
Regina si avvolse in uno scialle scuro che la faceva sembrare ancora
più alta e magra; se lo legò in vita con una
lunga cintura di seta blu. I capelli raccolti dietro la nuca,
trattenuti da due aghi di legno come era tradizione. 3D1, accanto a
lei, le reggeva la stola. L’appartamento era deserto e
silenzioso, immerso nella penombra delle luci notturne che filtravano
dalle vetrate oscurate. La donna sembrava pallida e vecchia, mostruosa
nel suo dolore. Gli angoli della bocca curvi verso il basso, gli occhi
rivolti al pavimento, come scivolati lì dove nessuno li
aveva più raccolti.
Tese le braccia, lasciando che il droide le coprisse le spalle con la
stola, che ricadde subito lungo la schiena fino ai gomiti. I piedi
nascosti sotto la lunga gonna nera si mossero impercettibilmente mentre
Regina si volse all’ingresso, pronta per uscire. Senza
bisogno di dire una parola, il droide la precedette alla porta, la
aprì e la guardò allontanarsi nel corridoio verso
gli ascensori.
Rimase solo nell’appartamento, i suoi cigolii riecheggiavano
in ogni angolo, in ogni piega scura. La sua corazza argentata
rifletté brevemente il lampo di uno speeder che attraversava
il cielo in quell’istante. Quindi scomparve nella porta che
dava sulla cucina.
9.
- Non posso credere che tu appoggi Mon Mothma in questa
assurdità! -. Nonostante Abner si stesse trattenendo, la sua
voce risultò urlata nel silenzio dell’abitacolo.
- Smettila Gal, o ti faccio scendere alla prossima piattaforma! -,
sibilò Regina, frenando a stento la collera.
Abner mosse lo sguardo colpevole sugli altri occupanti
l’aerotaxi. Quando i suoi occhi si posarono su Ves, il viso
rivolto ai palazzi, sentì una morsa allo stomaco e si
zittì all’istante.
Nessuno disse più nulla finché il velivolo non
atterrò presso la cappella di famiglia.
10.
Era stata allestita una catasta di legno e paglia intrisi di un olio
profumato. Ai quattro angoli aste reggevano torce accese che rimanevano
fisse nella atmosfera immobile della cripta. Un lungo tappeto scuro era
stato steso davanti all’ingresso e conduceva fino alla pira.
Ves con dolore bruciante alzò lo sguardo sul giaciglio
allestito tra i rami secchi. Fu sollevata di non comprendere
immediatamente le forme che gli stavano davanti. La luce calda, ma
incerta delle torce rendeva poco visibile quello che la circondava.
Velocemente abbassò lo sguardo, affogandolo nelle lacrime
che ancora le riempivano gli occhi e le guance. Non faceva alcun
rumore. Piangeva in silenzio con il capo abbassato, il velo nero le
copriva il viso da sguardi indiscreti. E finalmente si sentiva al
sicuro. Finché il suo dolore fosse rimasto muto.
Comprese poco della cerimonia, comunque semplice e breve. Ora che gli
occhi si erano abituati alla luce del fuoco, vedeva la tenera e fragile
sagoma del suo bambino adagiata in quel giaciglio di sterpaglie e rami
secchi, avvolto in una toga Jedi che lo faceva sembrare più
grande. Gli occhi chiusi, come se dormisse, le tenere, piccole dita
rosee intrecciate sul petto inerte. La treccia di padawan stesa
mollemente sulla spalla destra. Durante la cerimonia, prima che il suo
corpicino venisse coperto con il telo rituale, le fu concesso di
avvicinarsi per l’ultimo saluto. Ves tremava da capo a piedi
e non respinse sua madre che si offrì di sorreggerla.
Posò un bacio sulla fronte e sulle labbra del suo bambino,
gli sfiorò le guance e i corti capelli scuri con le dita,
desiderando con tutta se stessa che quegli occhi, li stessi del padre,
si aprissero su di lei per chiamarla mamma. Quando capì che
questo non sarebbe mai avvenuto, Ves soffocò un singhiozzo
nel seno della madre e si lasciò trascinare via.
11.
Non fu più nulla per molti giorni. Dimenticò
quanti, perse se stessa e il trascorrere del tempo. E a quanti
chiedevano come stava, Regina non rispondeva, ma scuoteva il capo,
abbassava lo sguardo, domandandosi quando tutto questo avrebbe potuto
avere una fine.