Il “Via col vento” della Fantascienza

Recuperiamo un film che ormai è un classico. Nel 2014, il grande regista britannico Christopher Nolan ha proposto un film di Fantascienza spaziale semplicissimo nella sua profondità: Interstellar. Se la Fantascienza psichica di Inception (2010), per me comunque superiore, era molto molto più complessa e cerebrale, questo Interstellar è un film in ogni caso straordinario.

Christopher Nolan è inglese e si vede benissimo. Tra le righe si vede una bella critica europea a una certa America… Ad esempio: il personaggio più odioso, quello di Matt Damon, è un fanatico della sopravvivenza egocentrica ed egoistica; quando si volta e prende per il culo il protagonista Cooper morente, mette in bella evidenza a favore di telecamera il logo NASA, la bandiera americana e il suo nome… Mann. “Uomo”.
In ogni caso, tante scene geniali. In primis, il controcampo in diretta, attraverso il monitor (video, Tv, cinema), lungo anni luce da un lato, anni terrestri dall’altro, tra Cooper/Matthew McConaughey e sua figlia Murph/attrici Mackenzie Foy e Jessica Chastain, personaggio che nel cambio di volto cresce ed è sempre più arrabbiato (nella parte della sezione filmica ambientata sulla Terra). Nel finale, la citazione poetica di Guerre Stellari (che mi ha messo i brividi): Cooper, novello Luke Skywalker, che inforca il caccia stellare, si mette il “Droide co-pilota” nel posto dietro e sfreccia tra le stelle all’avventura. O anche il tentativo disperato della coprotagonista Anne Hathaway/Brand di portare l’equipaggio sul pianeta del suo innamorato, cercando di spiegare matematicamente, filosoficamente l’Amore – inevitabile che poi Cooper e il compare Romilly/David Gyasi scelgano con logica, da maschi, l’altra opzione, bypassando la giusta intuizione femminile; perché alla fine la donna Amelia Brand aveva ragione su tutta la linea, in ogni senso, dato che l’intuizione delle donne batte sempre il ragionamento degli uomini.
Dopo Gravity (di Alfonso Cuarón, 2013), un altro ottimo film di Sci-fi femminista!
L’inizio di Interstellar è lento e un po’ didascalico. Poi è un crescendo continuo… Il ritmo di montaggio ha accelerazioni pazzesche. L’action nello spazio è mozzafiato. Gli interpreti sono eccezionali. Il simbolismo di fondo può essere anche elegantemente cristologico (l’uomo limitato Cooper che è necessario sia tramite tra il nostro presente terrestre e l’infinito dimensionale-temporale degli Altri). Il messaggio più evidente è “non fermiamoci mai: insistiamo sempre”. Come si fa a non amarlo? Il finale poteva essere più cattivo e originale, certo, ma i lieto fine non sono mai sbagliati. Ci sono tantissime frasi cult – ricordo al volo il robot (i robot in questo film sono i personaggi migliori!) che dice “E’ impossibile!”, l’uomo che risponde “E’ necessario” e ce la fa.
Nolan è ambiziosissimo. Molti critici italiani lo odiano per questo.
Se si può mettere il nolaniano Interstellar vicino a Silent Running (2002: la seconda odissea, di Douglas Trumbull 1972) e Solaris (sempre 1972, di Andrej Tarkovskij tratto da Stanisław Lem), è sbagliato accostarlo al mitico 2001: Odissea nello Spazio (1968). Questo filmone melodrammatico non ha nulla di Stanley Kubrick… ha invece molto di più del cineasta, che so, George Cukor, o anche del classico Via col vento (di Victor Fleming 1939).
Per la prima volta in Nolan, rispetto all’atmosfera sconsolata, sentimentale e avventurosa, è abbastanza marginale tutta la trama cerebrale fanta-scientifica, pompatissima, lanciatissima come frutto di super-fisici odierni, super-speculativa. Si tratta di un McGuffin scoperto e quindi divertente. Anzi, le tanto criticate “troppe parole pseudo-scientifiche da master universitario in fisica quantistica” le ho trovate l’opposto di noiose: così riuscite, interessanti e soprattutto (auto)ironiche che mi fanno pensare pure a Quentin Tarantino! Certo, in tutti i film di Nolan le chiacchiere scientifiche e le varie tipologie di fanta-scienza speculativa non sono mai inutili o sciocche. Anche questo film resta interessante come idea di una possibile evoluzione della razza umana, tra fine della Terra per questioni ecologiche e wormhole/buchi neri/gravità/relatività ecc. Il fatto è che nel racconto di Interstellar queste cose non sono, incredibilmente, così importanti, strappano il sorriso nonostante siano gestite con evidente intelligenza e seria ricerca.
Interstellar rimane infatti un ottimo Westernone d’amore nello spazio.

Ricorre nel film, e lo innerva, una commovente poesia sulla mortalità e il passare del tempo. Eccola…

Do not go gentle into that good night – di Dylan Thomas (1914-1953)

Do not go gentle into that good night,
Old age should burn and rave at close of day;
Rage, rage against the dying of the light.

Though wise men at their end know dark is right,
Because their words had forked no lightning, they
Do not go gentle into that good night.

Good men, the last wave by, crying how bright
Their frail deeds might have danced in a green bay,
Rage, rage against the dying of the light.

Wild men who caught and sang the sun in flight,
And learn, too late, they grieved it on its way,
Do not go gentle into that good night.

Grave men, near death, who see with blinding sight
Blind eyes could blaze like meteors and be gay,
Rage, rage against the dying of the light.

And you, my father, there on the sad height,
Curse, bless me now with your fierce tears, I pray.
Do not go gentle into that good night.
Rage, rage against the dying of the light.

(Traduzione:
Non andartene docile in quella buona notte,
I vecchi dovrebbero bruciare e delirare al serrarsi del giorno;
Infuria, infuria, contro il morire della luce.

Benché i saggi conoscano alla fine che la tenebra è giusta
Perché dalle loro parole non diramarono fulmini
Non se ne vanno docili in quella buona notte.

I probi, con l’ultima onda, gridando quanto splendide
Le loro deboli gesta danzerebbero in una verde baia,
S’infuriano, s’infuriano contro il morire della luce.

Gli impulsivi che il sole presero al volo e cantarono,
Troppo tardi imparando d’averne afflitto il cammino,
Non se ne vanno docili in quella buona notte.

Gli austeri, prossimi alla morte, con cieca vista accorgendosi
Che occhi spenti potevano brillare come meteore e gioire,
S’infuriano, s’infuriano contro il morire della luce.

E tu, padre mio, là sulla triste altura, maledicimi,
Benedicimi, ora, con le tue lacrime furiose, te ne prego.
Non andartene docile in quella buona notte.
Infuriati, infuriati contro il morire della luce.)

Filippo “Jedifil” Rossi
Presidente Yavin 4

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