Ufo 78

(Pubblichiamo la recensione, a opera dello storico Socio Yavin 4 Claudio “Tomino” Cordella, del romanzo Ufo 78 del collettivo Wu Ming, Einaudi 2022. Si tratta di un libro coinvolgente e inquietante, dall’atmosfera “cinematografica”: vero come i Cattivi perfetti siano sempre i nazifascisti. Notevole la citazione, continua ma “mascherata”, di Peter Kolosimo, affascinante scrittore di fanta-archeologia e tra i protagonisti italiani dei fenomenali anni Settanta.)

L’IMMAGINARIO SCI-FI DI UFO 78

di Claudio Cordella

UFO Robo Gurendaizā, noto dalle nostre parti come UFO Robot Goldrake (oppure come Atlas UFO Robot), sbarcò su Rai 2 la sera del 4 aprile del 1978 e da allora niente fu come prima; quantomeno non per la cultura pop nostrana, che giustamente identificò in quella data un momento di rottura con il passato. Non a caso Marco Pellitteri, in Mazinga Nostalgia. Storia, valori e linguaggi della Goldrake-generation (Roma, 1999: uno studio incentrato sull’impatto culturale degli Anime nel nostro paese e sulle loro caratteristiche peculiari), identificò un’intera generazione proprio con il robot gigante nipponico. Al tempo stesso Close Encounters of Third Kind (Incontri ravvicinati del terzo tipo), pellicola di culto diretta da Steven Spielberg, uscì negli Stati Uniti nel 1977 ma giunse nei cinema italiani solo l’anno seguente. Eppure, al di là di questi e di altri possibili riferimenti culturali (tipici di un’epoca tormentata ma ricca di fermenti in ambito musicale, artistico e cinematografico), i libri di storia tendono a concentrarsi attorno ad eventi ben più drammatici legati a quel medesimo lasso di tempo – cito qui, a titolo esemplificativo, riguardo ai cosiddetti “anni di piombo”: Paul Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Torino 2006; Miguel Gotor, Generazione Settanta. Storia del decennio più lungo del secolo breve 1966-1982, Torino 2022. Se pensate che si tratti di eventi diversissimi tra loro, impossibili da tenere assieme, allora forse potrebbe sorprendervi la prospettiva contenuta in Ufo 78 (Torino 2022), romanzo uscito a firma del collettivo di scrittori Wu Ming. Al contempo chi scrive si è sempre sorpreso di come due romanzi importantissimi, come Il nome della rosa (1980) di Umberto Eco (1932-2016) e Neuromancer (Neuromante, 1984) di William Gibson, nonostante le loro abissali differenze d’ambientazione e di stile, avessero in realtà un importante aspetto in comune. Entrambe le opere sono infatti descrivibili come meta-letterarie, capaci come sono tutte e due di rielaborare personaggi e linguaggi, miti e simboli appartenenti ad ambiti culturali ben determinati. Se Eco riprende in mano un certo sottogenere di romanzo storico di successo, incarnato dalle investigazioni medievali di Fratello Cadfael della romanziera inglese Edith Mary Pargeter (1913-1995), meglio nota con lo pseudonimo di Ellis Peters, specularmente Gibson fa lo stesso con l’avventura fantascientifica e con l’hard boiled; reinventando i criminali e le giungle di cemento già resi celebri da Dashiell Hammett (1894-1961) e da Raymond Chandler (1888-1959), trasferendoli in un terzo millennio iper-tecnologico, dominato da oligarghie turbo-capitaliste, dal cyberspace e dalle Intelligenze Artificiali. Il risultato, in entrambi i casi, ha dato vita a delle opere uniche, difficilmente inquadrabili, destinate ad avere un successo duraturo che tutt’oggi non accenna ad affievolirsi. Analogamente, ritengo che Ufo 78 abbia caratteristiche molto simili sia al Nome della rosa di Eco che a Neuromante di Gibson. Il romanzo, scritto come un fittizio reportage corale, è capace di dare spazio a più voci che rievocano gli avvenimenti convulsi e le atmosfere dei tardi anni Settanta:

«Questa è una storia delle vite che si incrociarono allora, alle pendici della montagna. E se di una vita non si possono conoscere tutte le pieghe, le luci e le ombre, si può almeno provare a raccontarla, usando documenti, interviste, libri e giornali d’epoca, consapevoli dell’incolmabile distanza tra i giorni vissuti e le pagine scritte. Del resto, la sfida del narrare è raggiungere la verità affrontando l’ineffabile, si trattasse anche di lupi mannari e dischi volanti». Wu Ming, Ufo 78, pp. 14-15.

La narrazione è sorretta da due polarità: innanzitutto il rapimento, avvenuto in via Mario Fani a Roma il 16 marzo 1978 dell’onorevole Aldo Moro, allora presidente della Democrazia Cristiana, da parte di un gruppo di militanti delle Brigate Rosse che uccisero tutti i membri della sua scorta per poterlo prendere prigioniero; a cui seguì una lunga detenzione durata ben cinquatacinque giorni e conclusasi solo con il rinvenimento del corpo dell’uomo politico il 9 maggio. Infine c’è l’immaginario, seppur verosimile, monte Quarzerone della Lunigiana, fulcro di innumerevoli leggende locali (come quella del cinghiale bianco), per non parlare di alcuni singolari avvenimenti che attirano l’attenzione di un variopinto manipolo di ufologi nostrani e di Milena Cravero, l’antropologa torinese che ha eletto costoro a suo singolare oggetto di studio. I due piani però sono destinati ad incrociarsi nel più inaspettato dei modi. La misteriosa sparizione, avvenuta sulle pendici del Quarzerone nell’agosto del 1976, di due boy scout, Jacopo e Margherita, che qualcuno vorrebbe collegata all’intervento di forze extraterrestri, dimostrerà invece i suoi legami con tutti quei complotti che hanno insanguinato la nostra penisola nel corso degli anni. Azioni efferate che rispondono alle medesime logiche di potere, proprie della Guerra fredda e di certe consorterie italiane, che sono funzionali anche alla spiegazione di tutti quei misteri che circondano il cosiddetto “caso Moro”. Lo stesso Gianmaria Zanchini, che ha lasciato il giornalismo per scrivere libri di paleoastronautica con lo pseudonimo di Martin Zanka, inizialmente dovrebbe lavorare a uno dei suoi soliti saggi pseudoscientifici, concentrandosi sugli enigmi relativi alla zona posta a cavallo di Liguria e Toscana, però si rende conto di essersi stancato di questi suoi voli di fantasia. Si sbloccherà come scrittore solo abbandonandoli, dedicandosi anima e corpo alla ricerca della verità riguardo al destino dei due ragazzi scomparsi e scrivendo un libro del tutto diverso da quello che aveva inizialmente preventivato. Non tutto purtroppo sarà svelato, quasi una cifra di certi orrori nostrani, in cui non tutte le domande ottengono sempre una risposta, ma Zanka, il cui personaggio adombra la figura dello scrittore Peter Kolosimo (1922-1984), l’alias con cui Pier Domenico Colosimo iniziò a divulgare le sue teorie sugli antichi astronauti, pseudoscientifiche quanto pop, passa agevolmente dall’arrovellarsi attorno ai misteri cosmici a quelli terrestri. La stessa Milena non solo fa un sogno in cui Moro è prigioniero di un gruppo di aliene, facendo da interprete tra lo statista e le sue carceriere (che parlano una lingua artificiale ben precisa, il kobaiano, ideata dal batterista e glotteta francese Christian Vander), avrà anche una visione psichedelica, dopo aver bevuto una tisana a base di funghi allucinogeni, che consentirà di scoprire un deposito di armi e munizioni, legato all’Organizzazione Gladio e a violenti movimenti neofascisti. Lo spirito guida, invocato dalla stessa studiosa all’inizio del rito organizzato dalla bizzarra congrega degli “ufofili” (che hanno elaborato una mistica dell’indeterminato attorno agli sfuggenti Ufo), non è altri che la scrittrice statunitense Ursula K. Le Guin (1929-2018), una scelta più che azzeccata per un’accademica femminista che ha deciso di dedicarsi allo studio dell’antropologia:

«Autrice in un genere dominato dai maschi, ha creato città delle illusioni, spiagge lontane, lingue senza pronomi possessivi, maghi e imperatori. Ha espresso il desiderio di rinascere gatta in una casa di Venezia, per pescare nei rii e cantare sui tetti». Wu Ming, Ufo 78, p. 425.

In poche righe qui ci viene offerta una pluralità di rimandi al corpus della Le Guin: ad esempio, a City of Illusions (La città delle illusioni), romanzo sci-fi del 1967 appartenente al ciclo dell’Ecumene; a The Farthest Shore (La spiaggia più lontana), secondo capitolo del 1972 della saga fantasy di Earthsea (Terramare); mentre la menzione di una lingua priva di pronomi possessivi è un chiaro rimando a The Dispossessed. An Ambiguos Utopia (I reietti dell’altro pianeta), un altro tassello di quell’incredibile arazzo che è l’universo dell’Ecumene, uscito nel 1974. Si consideri poi come Milena noti immediatamente la copertina di quest’opera, appena varcata la soglia dell’Hallogallo, negozio di dischi e di libri di proprietà dell’ufofilo Jimmy Fruzzetti, dichiarando in seguito di considerare quest’ultimo come il suo romanzo preferito e di leggere la fantascienza di Urania sin da bambina, grazie al padre… (Wu Ming, Ufo 78, p. 205, p. 210).

Se la stessa Milena ha dimostrato a più riprese di essere una buona conoscitrice della fantascienza, menzionando diversi autori del genere, come ad esempio Isaac Asimov (1920-1992), Ray Bradbury (1920-2012), Philip K. Dick (1928-1982) e James G. Ballard (1930-2009), mostrando di aver seguito Goldrake in televisione («per motivi di studio») oppure analizzando (in modo assai critico per altro) Incontri ravvicinati del terzo tipo. Ricordiamo qui come la Le Guin, che lei stima così tanto, era la figlia dell’antropologo Alfred Kroeber (1876-1960) e la sua narrativa, sia fantascientifica che fantasy, è intrisa di suggestioni estrapolate dall’ambito antropologico. All’onor del vero, se Zanka è la versione letteraria di Kolosimo, allora forse non è troppo azzardato identificare nella Cravero una sorta di avatar della stessa Le Guin. Per altro Ufo 78, che cita persino A Martian Odyssey (Un’odissea marziana), racconto del 1934 di Stanley G. Weinbaum (1902-1935), rarissimo esempio di sci-fi che riesce a descrivere in maniera realistica una forma di vita aliena; per non parlare del distopico The Lovers (Gli amanti di Siddo) del 1961 a firma di Philip José Farmer (1918-2009), con la sua storia d’amore tra un terrestre (proveniente da un regime teocratico e sessuofobico) e una extraterrestre insettoide.
Ufo 78 non solo evoca nelle sue pagine le violenze del terrorismo, le parole d’ordine delle istituzioni, nonché le loro ipocrisie e complicità, ma non si dimentica né del problema delle tossicodipendenze né delle esperienze utopiche comunitarie tipiche del periodo. Eppure, allo stesso modo del Nome della rosa di Eco, sarebbe riduttivo definirlo un romanzo storico; questo perché la ricostruzione degli eventi storici si fonde con la disamina degli elementi dell’immaginario, in particolare di quelli caratteristici di quegli anni, facendone una narrazione sulla fantascienza… che da quel punto di vista potrebbe ricordare, invece, proprio il gibsoniano Neuromante.

C.C., “Tomino”, Y4

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