recensione del romanzo scritta da Claudio Cordella
«Perché Poseidone aveva aderito al fascismo? Per gli stessi motivi di tutti: convenienza, rivalsa, meschinità». Wu Ming 1, La macchina del tempo, Torino 2019, p. 25.
Lo storico francese Johann Chapoutot, all’interno del suo documentatissimo quanto sconvolgente studio del 2012 Le nazisme de l’Antiquité (Il nazismo e l’Antichità, Torino 2017), ci porta all’interno di una delle tante ossessioni del totalitarismo nazista: trasformare la tradizione classica greco-romana in un prodotto di quel mondo germanico che Adolf Hitler e i suoi fedelissimi avevano trasfigurato nell’origine di qualsivoglia civiltà degna di nota:
«La nordicità dei greci e dei romani è affermata dai razziologi e dagli storici […] consente una difesa e un’esaltazione della razza nordica, che si annette in tal modo un patrimonio storico e culturale prestigioso, preludio ad altre annessioni: se tutto viene dal Nord, i rappresentanti della razza nordica sono dovunque a casa propria, tanto a sud quanto a est». Chapoutot, ibid., p. 53.
All’interno di questo delirio nazista, che non si fermava nemmeno dinnanzi al ridicolo (come quando parlava di un’origine nordica dell’antico Egitto o della Cina), i Greci e i Romani diventavano dei popoli nordici, per di più portatori di tutti quei valori carichi di estrema violenza e intolleranza che avrebbero dovuto giustificare quella guerra e quell’immane olocausto che stavano per insaguinare gran parte dell’Europa. Una simile appropriazione indebita del passato, riscritto per venire incontro alle esigenze di una modernità totalitaria, guerrafondaia e sanguinaria, aveva un suo immediato precedente storico nel regime alleato di Benito Mussolini, che aveva già compiuto un’operazione analoga nei confronti della romanità. Basti pensare al fascio littorio, simbolo legato all’autorità e al comando nella Roma antica, a cui facevano riferimento nel loro nome sia i Fasci italiani di combattimento del 1919 che il successivo (1921) Partito Nazionale Fascista (PNF).
Tale scellerato processo, messo in atto dai regimi nazifascisti per imbarbarire e distorcere l’antichità mediterranea greco-romana a proprio uso e consumo, è uno dei temi portanti del romanzo La macchina del vento (Torino 2019) a firma di Wu Ming 1 (alias Roberto Bui). Lo studente universitario Erminio Squarzanti, arrestato per attività sovversive e condannato al confino nell’isola di Ventotene, si trova testimone di una stranissima lotta in cui le divinità olimpiche, come in una sorta di moderna versione dei poemi omerici (tutt’ora attualissimi, basti pensare al recente film The Odissey, Odissea, di Christopher Nolan), scendono in campo per interagire direttamente nelle faccende umane. Se infatti gli dei germanici della mitologia norrena, ammaliati dalle politiche di Hitler, si schierano apertamente con il Terzo Reich, suggendo persino ai loro colleghi dell’Olimpo di fare altrettanto, la maggior parte dei numi cantati da Omero è di tutt’altro avviso. Seppur è vero che Ares, divinità legata alla furia bellica e ai massacri, così come Poseidone, ricolmo di rancori marini covati per secoli, passano dalla parte delle potenze dell’Asse, non si può dire altrettanto né di Atena, né di Hermes, né di Artemide. Si confida persino che il fabbro degli dei Efesto, simpatizzante di sinistra sconvolto dal patto stretto tra il dittatore sovietico Iosif Stalin e Hitler, si riprenda dallo shock determinato dall’accaduto per contribuire alla lotta per la libertà. A questo punto però dobbiamo chiederci se siamo di fronte a un autentico fantasy storico, un romanzo in cui all’interno di un’ambientazione storicamente determinata, come appunto gli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso, irrompono degli elementi squisitamente fantastici… oppure no. All’onor del vero Wu Ming 1/Roberto Bui è infinitamente abile nel gestire il dipanarsi del suo intreccio narrativo, muovendosi all’interno di una zona crepuscolare, impossibile da definirsi, in cui non si può mai esser certi di nulla. A conti fatti, se proprio si volesse tentare di inquadrare La macchina del vento, la si potrebbe accostare al “realismo magico” di Cien años de soledad (Cent’anni di solitudine), romanzo del 1967 del Premio Nobel Gabriel Garcia Márquez (1927-2014). Ma forse persino questo paragone non rende a sufficienza l’idea di che cosa sia questo singolare impasto di realtà (basata su un’accurata ricerca storica) e più sfrenata fantasia.
La macchina del vento è piuttosto una specie di oggetto quantistico, una sorta di qubit (quantum bit) che non è né zero né uno ma entrambe le cose; dunque è al tempo stesso una fedelissima ricostruzione di quel che fu il Ventennio fascista e contemporaneamente è qualcosa di più. Basti pensare all’altro pilastro su cui si regge il romanzo, quello relativo ai viaggi del tempo, in cui predominano sia la figura singolare dell’immaginario Giacomo Pontecorboli che i riferimenti a una delle opere più note dello scrittore inglese Herbert George Wells (1866-1946). Wells, uno dei padri della moderna fantascienza, diede alle stampe nel 1888 un racconto che venne pubblicato a puntate su un giornale scolastico: The Chronic Argonauts (Gli argonauti del tempo, Roma 2011). Successivamente questa novella venne espansa in forma di romanzo, dando così vita all’opera che noi oggi conosciamo come The Time Machine (La macchina del tempo), apparsa in volume nel 1895. L’innominato Viaggiatore del Tempo di Wells si dirige con il suo veicolo verso il futuro, approdando nell’anno 802.701, in cui l’umanità è divisa tra gli Eloi e i Morlock (italianizzati in Morlocchi nella traduzione degli anni Venti del secolo scorso, direttamente citata nel romanzo di Bui). I primi vivono sulla superficie terrestre in grandi case comunitarie, nelle quali sono forniti cibo e vestiti; essi sono deboli, pigri e oziosi. I secondi, al contrario, conducono le loro esistenze nel sottosuolo, al quale si sono perfettamente adattati; utilizzano macchinari e allevano gli Eloi come bestiame. Le feroci disuguaglianze della società vittoriana, con una netta separazione tra moltitudini sfruttate senza pietà e sfruttatori privilegiati, sono sfociate nella Macchina del tempo nella genesi di due specie post-umane assai diverse tra loro e in un singolare ribaltamento dei ruoli. I remoti discendenti dei padroni delle ferrovie e delle fabbriche, infiacchitisi e instupiditisi, sono diventati la portata principale del menù di esseri dall’aspetto scimmiesco che rifuggono la luce del sole. Questi ultimi però si sono evoluti a partire da quegli stessi sventurati che in passato, per volontà delle classi dominanti, sono stati costretti a vivere e a lavorare nelle viscere della Terra. A tal proposito uno tra i più illustri reclusi di Ventotene, Alessandro “Sandro” Pertini (1896-1990), successivamente diventato presidente della Repubblica italiana dal 1978 al 1985, fa giustamente notare la natura metaforica degli Eloi e dei Morlock/Morlocchi:
«Mostra un futuro in cui la lotta è proseguita senza sbocco, e si è brutalizzata al punto che proletari e borghesi sono diventati due specie umane diverse. La borghesia è degenerata in creature imbelli come gli Eloi, e il proletariato in creature ferine come i Morlocchi. Gli Eloi vivono nel piacere, senza lavorare e incuranti di ogni cosa, mentre i Morlocchi vivono in un mondo sotterraneo che non è altro che un’immensa fabbrica, senza mai vedere la luce del sole. Ricorda certe descrizioni di operai fatte da Federico Engels». Wu Ming 1, La macchina del vento, p. 229.
Un’analisi sostanzialmente corretta ma a cui sfugge il ribaltamento dei ruoli sopracitato; una dimenticanza che qualcuno fa subito notare a Pertini, ricordandogli come gli Eloi saranno pure i futuri borghesi ma che ormai essi sono diventati semplicemente carne da allevamento messa all’ingrasso. È mai possibile allora che Pontecorboli, che afferma di aver conosciuto geniali fisici teorici realmente esistiti del calibro di Enrico Fermi (1901-1954) o Ettore Majorana (nato nel 1906 e misteriosamente scomparso nel 1938), sia riuscito per davvero a concretizzare con la (fanta-)scienza lo straordinario sogno di Wells, quello che riesce persino ad animare le discussioni dei confinati a Ventotene? Squarzanti dal canto suo non ha mai potuto laurearsi, sia per il suo arresto sia perché il suo relatore, il filologo Goffredo Coppola (simpatizzante del regime fascista, razzista e antisemita) era ostile al suo progetto di tesi – volto a delineare un Mediterraneo quale luogo di incontro piuttosto che di lotte e di confini:
«Volevo mostrare come, nel mito greco, i mari d’Italia siano sempre spazi aperti e illimitati, e il solcarli sia occasione di incontri inattesi e sorprendenti tra popoli diversi e diverse razze umane, tra uomini e divinità, tra uomini, animali e mostri. Incontri che spesso avvengono nel segno del conflitto aperto, ma più spesso nel segno di un conflitto ambiguo, intriso di seduzione, o nel segno dell’apertura al mescolarsi, anche dell’erotismo». Wu Ming 1,op. cit., p. 163.
Di conseguenza la mente del Squarzanti ha iniziato a rivolgersi costantemente, durante il suo lungo periodo di confinamento e di sofferenza, a quel mondo classico da lui così amato, dando luogo a tutte quelle strane presenze in cui si è imbattuto a Ventotene. Dagli Aloadi, violenti figli di Poseidone, trasfigurati per l’occasione in due brutali sgherri fascisti (destinati ad essere puniti per la loro crudeltà), sino ad arrivare ad Atena ed Hermes sotto mentite spoglie. Il lettore però non potrà avere mai la certezza né che ogni cosa sia semplicemente il parto della fantasia di Squarzanti, né che a conti fatti lo sventurato Pontecorboli, il quale morirà tragicamente di tubercolosi, sia per davvero solo quel mitomane che a un certo punto si rivela essere. Un poveraccio che ha abbandonato gli studi di ingegneria e che non si è mai laureato in fisica, non ha mai avuto a che fare né con Fermi né con Majorana (che difficilmente perciò sarebbe scomparso dalla faccia della Terra a bordo del suo crono-veicolo). Eppure, se tutta la verità su di lui si riduce a questo, come mai Squarzanti non riuscirà più a rintracciare la sua tomba, proprio come se fosse letteralmente svanito nel nulla? Siamo finiti dentro a un qubit, un oggetto quantistico, perciò rispondere con esattezza a simili domande è per forza di cose impossibile.
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