Uomini Pesce!

Analisi de GLI UOMINI PESCE, grande romanzo di Wu Ming 1 (2024)

a cura di Claudio Cordella

«Fu come entrare nel Tardis del Doctor Who. Niente della medievale, angusta atmosfera del vicolo mi aveva preparata a quel che c’era oltre la soglia…»
(Wu Ming 1, Gli uomini pesce, Torino 2024)

Gli uomini pesce di Wu Ming 1, pseudonimo di Roberto Bui, membro del collettivo Wu Ming, è un romanzo sofisticato, stratificato e complesso. In esso si mescolano molteplici temi differenti: ad esempio, quello della lotta antifascista ma anche di come vennero trattati i partigiani italiani al termine della Seconda guerra mondiale.

«È la mattina di martedì 6 dicembre 1949 quando, nelle province di Ferrara e Bologna, i carabinieri arrestano dieci ex partigiani, tra i quali Erminio Squarzanti e lo stesso direttore dell’Indicatore, il “Nelson delle valli”, Antonio Meluschi. Sono accusati di più reati, in primis di omessa consegna e detenzione abusiva di armi. Di un cospicuo quantitativo di armi, che i giornali antipatizzanti elencano compiaciuti […] Erminio rimane tre giorni praticamente a digiuno, costretto a dormire su un pancaccio della caserma di Ostellato, senza una coperta, in pieno dicembre. Venerdì 9, debole e stravolto, è tradotto alle carceri giudiziarie di Ravenna. Lì ritrova Meluschi, che ha subito lo stesso trattamento nella caserma di Portomaggiore ed è molto provato, perché, in aggiunta, soffre di calcoli ai reni. Si attiva il Comitato di solidarietà democratica, nato a Roma dopo le incriminazioni per gli eventi del luglio ’48. In tutta Italia il comitato difende i partigiani inquisiti, li aiuta a resistere in carcere, sostiene economicamente le loro famiglie…»
(Gli uomini pesce)

Erminio, accusato dell’assassinio di un collaboratore nazifascista, è completamente estraneo ai fatti. I responsabili, aiutati dalla moglie della vittima, sono invece il protagonista delle vicende, Ilario Nevi, e un altro membro della loro brigata partigiana che hanno voluto farsi giustizia da soli. I due hanno ucciso un uomo violento, responsabile di numerosi crimini, nonché a parte del segreto riguardante la vera identità biologica di Ilario. Per quanto riguarda invece l’ostilità e le difficoltà, a cui talvolta andarono incontro i partigiani nell’Italia post-bellica, segnalo qui: Michela Ponzani, Processo alla Resistenza. L’eredità della guerra partigiana nella Repubblica (1945-2022), Torino 2023. Inoltre, sempre a firma della Ponzani, ritengo che sia degno di menzione: Guerra alle donne. Partigiane, vittime di stupro, «amanti del nemico» 1940-45, Torino 2021. Infine, quale ulteriore lettura illuminante, suggerisco anche il bellissimo La Resistenza delle donne (Torino 2023) di Benedetta Tobagi. Non si dimentichi infatti che i fascisti, come sottolinea giustamente Wu Ming 1/Roberto Bui, ebbero un particolare odio nei confronti delle donne che imbracciarono le armi per combatterli. Ai loro occhi non erano solo delle sovversive ma erano delle creature innaturali e mostruose, di conseguenza si sentivano autorizzati ad infierire su di loro in ogni modo possibile:

«La donna nemica, invece, è dissoluta, che in realtà vuol dire dissolvente. Quando tra i nemici in armi scopre una donna, nel fascista sale la paura dell’informe. Peggio del peggiore comunista è sempre la comunista. […] Gli aguzzini videro tra le gambe di Ilario una vagina da cui sporgeva una grande clitoride. Il prigioniero era dunque una Puttana Rossa. Una Puttana Rossa in armi. Una Puttana Rossa che combatteva travisata, muovendosi furtiva in quel dedalo di acquitrini, quella landa paludosa in cui i tedeschi si sentivano bloccati e che odiavano. […] Ilario fu stuprato…»
(Gli uomini pesce)

Questi tragici avvenimenti avranno delle conseguenze immediate, Ilario scoprirà di essere incinta e abortirà. Sul tema più generale degli stupri in tempo di guerra mi permetto di consigliare: Christina Lamb, Our Bodies Their Battlefield, 2020 – I nostri corpi come campi di battaglia. Storie di donne, guerra e violenza, Milano 2021. Infatti, all’interno della narrazione emerge anche l’antichissima tematica del Doppio, già ben presente nella letteratura, nel cinema e nel fumetto oltre che nel mito, associata per di più in questo caso a speculazioni di carattere esoterico.
Si prendono poi uno spazio decisamente importante la crisi climatica, i problemi ambientali e l’ostinata cecità di chi non vuole nemmeno vedere i mali provocati da un forsennato sfruttamento intensivo dei territori. Spicca inoltre la questione relativa all’identità di genere delle persone, ai pregiudizi e alle fobie di una cultura maschilista e patriarcale, chiusa attorno alle proprie paure, intrinsecamente violenta e intollerante. Non dobbiamo però scordarci della mitologia ufologica, relativa ad un anfibio antropomorfo noto come Homo Bracteatus e delle leggende create ad arte riguardo ad un ipotetico viaggio in Italia dello scrittore Howard Phillips Lovecraft (1890-1937).
Il geometra Bertolt Rizzi, fratello dell’ufofilo Alberto, inquadra in questi termini la questione della leggenda dell’Homo Bracteatus:

«Rizzi spiegò che in Polesine, negli anni Novanta, si era diffusa la leggenda di un essere anfibio che viveva nel Po e nei canali, e all’improvviso ne usciva per sbranare animali o terrorizzare gli umani che lo incrociavano. […] Di quegli avvistamenti, chiamiamoli così, si sono occupati vari personaggi, il tipo umano è quello degli… – tracciò le virgolette, – “appassionati di misteri”. C’era anche mio fratello, ma il più attivo era un meridionale. Sia chiaro, non ho mica niente contro i meridionali, è per dire che gli squinternati non erano tutti di qui. […] Ecco come si chiamava. Aveva messo su un’associazione ufologica a Occhiobello, con un nome che la faceva sembrare tipo un centro studi della Nasa, e invece erano due o tre mentecatti…»
(Gli uomini pesce)

Il fratello di cui Bertolt parla è Alberto Rizzi, organizzatore tra gli anni ’70-’80 di veglie “ufofile” in cui si andava nel Delta per vedere gli Ufo. Questo geometra ci racconta anche, a suo modo, la storia della beffa relativa alla presenza di Lovecraft in Polesine:

«Ah, giusto! Allora: pochi anni dopo il cancan sull’Homo Bracteatus, che di sicuro è stato l’ispirazione […] Hanno scritto un falso diario di Lovecraft. In inglese e tutto, su carta d’epoca, datato 1924 o 1925. Lovecraft descriveva un suo viaggio in Polesine che non risultava a nessuno studioso. Taglio corto: qui gli avrebbero riferito leggende locali, in particolare la storia di uno spaventoso uomo pesce che vive nel Po. Storia che naturalmente non si era mai sentita, prima che Sorvillo e mio fratello si mettessero a cazzeggiare. Insomma, gli uomini pesce di certi racconti di Lovecraft avrebbero un’origine polesana…»
(Gli uomini pesce)

Del resto la scoperta di diverse statuine, realizzate da Ilario, raffiguranti l’Homo Bracteatus, provocano da parte di SonicAlly l’immediata citazione di The Shadow over Innsmouth (La maschera di Innsmouth); uno dei più celebri racconti di Lovecraft. Quest’ultimo, scritto nel 1931, è incentrato su creature marine antropomorfe praticamente immortali (Quelli-degli-Abissi, i Deep Ones) e l’orribile patto che hanno stretto con i cittadini di un paesino costiero. Bertolt dal canto suo aveva già citato ben due film per rendere l’idea di che aspetto avessero questi esseri; lo storico fanta-horror Creature from the Black Lagoon (Il mostro della laguna nera) del 1954 di Jack Arnold (1916-1992) e una pellicola assai più recente ma che da quest’ultima trae ispirazione: The Shape of Water (La forma dell’acqua – The Shape of Water) del 2017 a firma di Guillermo del Toro.
Persino il periodo della pandemia da Covid-19 assume una notevole importanza all’interno dell’economia narrativa, assieme al grave trauma che ha segnato sia la professoressa Antonia Nevi, docente di geografia all’Università di Padova, che il marito Arne Gustafsson, talentuoso musicista statunitense d’origine svedese, conosciuto con il nome d’arte di SonicAlly. Infatti, in seguito ad un grave incidente automobilistico, la donna ha perso le due bambine che aspettava, al contempo Sonic si è ritrovato dotato di nuove capacità da poliglotta ma non riesce più ad esprimersi in italiano (pur essendo comunque in grado di comprenderlo). Il loro matrimonio deve affrontare una grave crisi e i due dovranno imparare, nonostante tutte le difficoltà del caso, nuovamente a comunicare tra loro, a riavvicinarsi e quindi a ritornare ad essere una coppia degna di questo nome.
Inoltre, questo non si deve scordarlo, Gli uomini pesce si ricollega direttamente sia a due romanzi, Ufo 78 (Torino 2022, uscito sotto l’etichetta collettiva Wu Ming) e La macchina del vento (Torino 2019, autore il solo Wu Ming 1), ma anche al racconto Arzèstula, “cinciallegra” in dialetto ferrarese (incluso nell’antologia Anatra all’arancia meccanica. Racconti 2000-2010, Torino 2011, opera collettiva di Wu Ming).
Wu Ming 1 però precisa, all’interno dei cosiddetti Titoli di coda de Gli uomini pesce (p. 609), come abbia scritto nel 2008 questa novella, la quale venne poi inclusa l’anno successivo in una antologia curata da Giorgio Vasta: Anteprima nazionale. Nove visioni del nostro futuro invisibile, Roma 2009. Solo in seguito venne accolta all’interno di Anatra all’arancia meccanica. Alcuni collegamenti con La macchina del vento e con Ufo 78 vengono esplicitati dallo stesso Roberto Bui/Wu Ming 1, sempre nei summenzionati Titoli di coda:

«Intanto ho recuperato un vecchio soggetto del 2005, sul confino politico a Ventotene, e quasi di slancio scrivo il romanzo La macchina del vento […]. Lascio nel testo numerosi appigli, per potervi agganciare Gli uomini pesce. So già che il protagonista, Erminio Squarzanti, tornerà nel romanzo seguente…»
«Gli uomini pesce acquisisce la sua forma definitiva nel 2022. […] Ufo 78 arriva nelle librerie in autunno, e contiene l’appiglio più esplicito: l’annuncio che la “veglia ufofila” del 1979 si terrà nel Delta del Po, dove vive l’ufofilo Alberto Rizzi, postino a Papozze…»
(Gli uomini pesce)

Ulteriore collegamento, qui non citato dall’autore, è la menzione dell’ufofilo Jimmy Fruzzetti e della sua morte a causa di un incidente d’auto, oltre che dell’autore di libri di paleoastronautica Martin Zanka.
Erminio Squarzanti, pur essendo nato nel 1913 ed essendosi suicidato nel 1981, viene spesso rievocato attraverso numerosi flashback in relazione al periodo in cui combatté come partigiano a fianco di Ilario Nevi e alla profonda amicizia che li legò attraverso gli anni. Gli avvenimenti, in cui il confino a Ventotene voluto dal regime fascista si fonde con la mitologia e con la fantascienza dei viaggi del tempo alla Herbert George Wells (1866-1946), risultano incredibili a chi lo ascolta dopo la guerra. Un giovane laureando, che alla fine abbandonerà il suo progetto di tesi incentrato su di lui, gli invia una copia della trascrizione della sua testimonianza intitolandola proprio “La macchina del vento”. Specularmente “Gli uomini pesce” è il titolo delle memorie partigiane che Ilario Nevi ha tentato di scrivere, riuscendo però, a causa delle gravi sofferenze patite, a stendere solo un testo caratterizzato da numerosi omissis e da una notevole confusione.

Tutto, ossia l’intero romanzo di Wu Ming 1, d’altro canto inizia nell’estate del 2022 con i funerali di Ilario Nevi, popolare ex-partigiano, distintosi in seguito come pittore, regista e documentarista, parente di Antonia che ha sempre considerato l’uomo suo zio, nonostante il loro effettivo grado di parentela non sia questo.

«Era cugino di primo grado di mia nonna Armida. Nemmeno un prozio, insomma, ma io lo chiamavo zio. I parenti in linea collaterale, se adulti, per una bimba son tutti zii e zie, e per me lui era stato ben di più: fin da quand’ero in fasce mi aveva scelta come nipote prediletta e mi aveva adorata, intrattenuta, educata. Era stato un baby-sitter, poi un precettore, infine un role model. Grazie ai suoi racconti, ai suoi quadri, ai suoi documentari dei tempi d’oro, al suo occhio per il nostro territorio avevo deciso di diventare geografia. Non a caso gli avevo dedicato il mio primo libro. Mi aveva insegnato anche l’amore per il cinema…»
(Gli uomini pesce)

Si tratta sostanzialmente di una famiglia dalle spiccate caratteristiche matriarcali:

«Il nostro albero genealogico era strano, con quelle diramazioni matrilineari. Ogni tanto un fornitore di seme se la svignava o era scacciato, e una madre passava alla figlia il cognome. All’Armida era successo due volte, e così l’Arialda e la Ferialda erano Nevi de iure, non solo de facto. Com’era che si chiamavano i due tizi? Non lo ricordavo più. A quelli come loro avevo dato un nome: gli Spermatorroici…»
(Gli uomini pesce)

A parlare è Antonia Nevi, che ha sempre considerato Ilario come suo zio, quest’ultima parla in questo modo della nonna materna, della madre e di sua sorella (entrambe conosciute collettivamente come “Le Alde”). I parti gemellari sono un’altra peculiare caratteristica della famiglia Nevi; ad esempio la Ferialda, prima di dare alla luce la figlia Anita, aveva abortito due gemelle.
La dipartita di Ilario ha lasciato però dietro di sé numerosi interrogativi, i quali hanno a che fare con il reale sesso biologico dell’uomo, che scopriamo aver avuto un corpo femminile:

«Nel proprio intimo, Ilario si sentiva uomo. Convintamente. Ad aiutarlo a passare, a essere uomo anche verso l’esterno, giunse in soccorso la fisiologia. La genetica, per meglio dire. […] Ilario aveva un’iperplasia surrenalica congenita a insorgenza tardiva. […] basti dire che certe sue ghiandole producevano più ormoni androgeni della media. Non era irsuto come un maschio, ma più della maggior parte delle donne, tant’è che ogni tanto si fece crescere un paio di baffi, non folti ma convincenti. Aveva una voce da contralto: non grave come quella di un maschio, ma era un buon punto di partenza. Aveva seni piccoli, facili da coprire. Dulcis in fundo, l’ipertrofia della clitoride e la parziale fusione delle labbra. A un’occhiata rapida e di sbieco, le si sarebbe potute scambiare per un membro virile a riposo e uno scroto…»
«Ilario era poco interessato a quelle che oggi chiamiamo “politiche dell’identità”. Né si riteneva un “transessuale”, termine che allora faceva pensare solo a uomini che si sottoponevano a interventi per diventare donne. Nel discorso pubblico non c’era spazio per figure come la sua, uomini nati senza pene non erano immaginabili. Negli anni Novanta, cominciò a imporsi il termine “transgender”, ma Ilario aveva la mente altrove, non si arrovellava più sul proprio sesso e sul proprio genere. La questione lo annoiava, sentiva di averla risolta e oltrepassata da decenni. Sono certo di non avergli mai sentito pronunciare termini come “transgender”, “trans”, “queer”, “intersex”, men che meno la sigla “Lgbt”, poi divenuta “Lgbtq”, “Lgbtqa”, “Lgbtqa+”, “Lgbtqia+”… Ma tenga conto che ormai aveva tempo ed energie solo per le battaglie su temi ecologici. Continuarono però a incuriosirlo le storie simili alla sua…»
(Gli uomini pesce)

Gli interrogativi hanno a che fare inoltre con la Seconda guerra mondiale, con le violenze da lui subite a quel tempo da parte dei nazifascisti e con lo sfuggente Homo Bracteatus. Ilario, ben prima della creazione di quel mito, aveva inserito degli uomini pesce nelle sue travagliate memorie. Un singolare frutto della sua fantasia con la quale tendeva a identificarsi, quantomeno è così che la nipote Antonia razionalizza e giustifica la loro creazione, nata dalla sua paura di essere visto con altri occhi dai suoi stessi compagni di lotta:

«Forse… Forse anche Ilario si sentiva anfibio, liminale. E negli uomini pesce proiettò una sorta di doppia clandestinità: non solo partigiano, ma persona trans in una condizione stealth molto difficile, tra uomini alla macchia, rudi guerriglieri. È la domanda che apre il memoriale: perché mai ficcarsi in una situazione del genere. […] Penso la chiave per capire cosa gli accadde sia lo scarezzo: Ilario temeva che, se i suoi compagni avessero visto un uomo con vagina e seni di donna, avrebbero provato scarezzo. Per questo si identificò negli uomini pesce, nella loro repellente stranezza…»
(Gli uomini pesce)

Antonia, che finisce con il diventare la principale erede della fortuna di Ilario, di cui era stata beniamina quand’era in vita, si ritrova sin da subito a dover affrontare numerosi misteri da sciogliere che riguardano il passato di suo zio e della sua famiglia, mentre al contempo deve fare i conti con gli strascichi psico-fisici della pandemia che l’hanno segnata nel fisico così come nella mente, oltre a dover ricucire il suo traballante rapporto con Arne. La detection quindi procede di pari passo con il progressivo disvelamento dei segreti del passato e con la risoluzione dei problemi personali della protagonista. Sono travagliate le vicende di Ilario, educato come un maschio da un padre ossessionato dal bisogno di avere un erede:

«Era il 3 dicembre del 1923, giorno di sant’Ilaria. Olimpia Nevi, nata Caremoli, trentadue anni, dopo la triste sequenza di due aborti spontanei e una bimba perita nascendo, strozzata dal cordone ombelicale, al secondo parto ebbe ancora complicanze, e diede alla luce una bimba morta. Il marito, di vent’anni più vecchio, l’ingegner Fulgenzio Nevi, pensò a una maledizione: solo femmine e per giunta cadaveri. Ma un’esclamazione stupita del medico attirò la sua attenzione. Dal grembo di Olimpia stava uscendo un altro corpicino. Nessuno se l’era aspettato, era un’epoca senza ecografie, senza esami prenatali, e la gestazione tormentata aveva impedito di cogliere eventuali segni. In famiglia una tradizione di parti bigemi era presente, l’ingegnere lo sapeva, aveva gemelli tra i propri cugini, ma a lui e Olimpia non era ancora accaduto. La seconda bimba era viva e vegeta, il classico schiaffo la fece urlare. Ma la madre era stremata, e aveva un’emorragia interna di cui ci si accorse troppo tardi. Morì il giorno dopo, ancora giovane, sfiancata dalle gravidanze tortuose, dagli aborti, dai parti luttuosi. Il dottore, pur precipitandosi, non poté fare nulla. L’ingegnere, certamente sconvolto per quanto accaduto, ma forse delirante già di suo, fu folgorato da un’idea: la bimba poteva essere il figlio maschio che non era riuscito ad avere…»
(Gli uomini pesce)

Ciò potrebbe portarci a fare degli accostamenti con il manga di culto Berusaiyu no bara (Lady Oscar) di Ryoko Ikeda e alla sua trasposizione animata degli anni ’70, rileggere l’intero romanzo in chiave queer (data la natura di intersessuale di questo ex-partigiano e intellettuale di fama), forse sarebbe decisamente limitante. Questo grande artista (che per altro trova confacente a sé stesso l’identità maschile che gli è stata attribuita) è anche il frutto di un parto gemellare, essendo sopravvissuto alla sfortunata gemella nata morta, così come in seguito accadrà ad Antonia, che per di più viene al mondo il medesimo giorno in cui il tormentato Erminio Squarzanti lo lascia. Un intreccio inestricabile tra vita e morte che trova la sua spiegazione finale nelle speculazioni misticheggianti di un singolare sapere ermetico. Erminio, che è stato esiliato a Ventotene e che in seguito ha partecipato con coraggio alla lotta partigiana (perdendo nel corso della guerra un giovane uomo di cui era innamorato), dunque rivive in Antonia. C’è pure, non dobbiamo dimenticarcelo, un grande progetto (il suo Magnum opus) ideato da Ilario che è rivolto alla salvaguardia dell’ambiente, un ambizioso atto di eco-terrorismo che verrà materialmente compiuto dall’enigmatico Alfonso Maria Stegagno, medico, autore di saggi (con il nome di Stegańskij) ed ipnotista, ormai gravemente ammalato e con poco tempo da vivere davanti a sé. Stegagno, figlio del primo medico che prese in cura Ilario e suo erede, intende suicidarsi al termine di un attentato, studiato nei minimi dettagli per poter liberare la costa emiliano-romagnola dagli eco-mostri. Al contempo, in seguito Antonia dovrà fare il possibile affinché tutti questi sforzi non siano risultati vani, perché gli errori del passato non siano ripetuti con insana pervicacia. Ipnotizzata, la geografa ricorderà ogni cosa solo al momento opportuno, a fatti già compiuti, senza avere al riguardo alcun senso di colpa. Il giorno prescelto per tutta questa distruzione è il 3 dicembre 2023, nel corso della ricorrenza della scomparsa di Erminio e del suo compleanno:

«La sera del 2 dicembre dell’anno prossimo sentirà necessario assistere allo scoccare della mezzanotte. Trattandosi del suo compleanno, le sembrerà in fondo normale. […] Nel preciso istante del passaggio da un giorno al seguente, lei ricorderà ogni cosa. Poco dopo, se tutto sarà filato liscio, arriveranno le prime notizie, confuse, caotiche, ma lei saprà»
(Gli uomini pesce)

Se nel racconto Arzèstula, una piccola comunità post-apocalittica stabilitasi in un autogrill, faceva delle visioni sciamaniche incentrate sul remoto futuro il fulcro della propria esistenza, qui ci troviamo davanti ad un disperato tentativo di resistenza contro quel disastro imminente che ci attende se non apriremo tutti quanti gli occhi.

«Ora guardate la stella del Nord, guardatela con nuovi occhi. Un giorno, tra dodicimila anni, Polaris verrà rimpiazzata e in quel punto del cielo, al suo posto vedremo Vega. Salutiamo Polaris, e ringraziamola. Ha svolto un buon lavoro. Diamo il benvenuto a Vega. Ora guardiamo giù, verso il pianeta. Giù, verso il pianeta, tra dodicimila anni. Dove un tempo sorgeva Bologna, tutto è coperto da un grande bosco. […] Il Cantagallo non c’è più. Al suo posto, una radura erbosa. Intorno a noi, solo alberi. Non siamo soli. Altri umani ci sono accanto, camminano senza urtarci ma non ci vedono. Siamo andati avanti dodicimila anni meno due ore. Di nuovo mancano due ore all’alba. Questi umani, nostri discendenti, si preparano ad accoglierla, rivolti a settentrione. Il loro sguardo cerca e trova Vega, la stella del Nord…»
(Arzèstula)

Questa tribù post-catastrofe vive su un vecchio autogrill sull’autostrada A1, dove ormai solo raramente passano veicoli a motore. Da un sogno fatto da Antonia Nevi, dopo un incontro con Stegagno, possiamo intuire che l’innominata sciamana protagonista di Arzèstula non sia nient’altri che lei:

«Un futuro prossimo. C’è stato un evento chiamato la Crisi. Sto per compiere 52 anni = è il 2033. Vago da sola per le campagne semisommerse tra Ferrara e il Delta. Impianti idrovori abbandonati, e intanto il mare avanza. Non mi chiamano per nome: sono la Scrittrice, la Veggente […] torno a “casa”, all’ex autogrill di Cantagallo, sud-ovest di Bologna, dove sono la “guida spirituale” di una comune. Qui vivono persone neurodiverse, ognuna a modo suo. La notte, sotto le stelle, guido un rituale che permette di vedere il futuro…»
(Gli uomini pesce)

Questa sorta di utopismo ecologico non racchiude in sé la cifra, il significato ultimo, de Gli uomini pesce ma concorre, assieme al misticismo e alle tematiche queer, a comporre quel variopinto arazzo multicolore che è. Serve prima di tutto dissolvere i misteri relativi a Ilario, al suo trapasso e ai suoi progetti: il mitico personaggio dapprima ha ingerito una manciata di Psilocybe cubensis, un particolare tipo di funghi contenenti psilocibina (una sostanza psichedelica che aveva già assunto nel corso degli ultimi quindici anni), dopo di che ha iniziato ad avvertire nausea e ad avere delle visioni (da lui descritte a Stegagno per telefono). Successivamente ha chiamato una donna che un tempo aveva amato e dalla quale si era dovuto separare, accomiatandosi definitivamente da lei. Alla fine è uscito fuori casa in una giornata di fine luglio, nel pieno di un’ondata di calore, per andare incontro alla morte…
Se a Stegagno viene affidato il compito di sbrogliare una volta per tutte quest’affascinante matassa, al lettore è invece delegata la responsabilità di iniziare a pensare con la propria testa e a lottare per un mondo migliore.

Claudio Cordella
Socio Yavin 4

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